MONT BLANC – Arte contemporanea in Val Ferret

MARINA MOJANA

Fotografate da Giancarlo Gardin per Taschen, Les Maison de Judith, frazione Pra Sec (mt. 1623), in Val Ferret, sono due baite da fiaba lungo la Dora. Esistevano già alla fine dell’800 come fienili , poi Giuditta Glarey le acquistò, ristrutturandole con materiali originali e arredandole come un luogo dell’anima e della memoria. Cinquant’anni dopo si trasformano in un inedito spazio d’arte, per ospitare la mostra Mont Blanc, promossa dall’associazione culturale Art Mont Blanc, fondata da Glorianda Cipolla nel 2010.
Sono esposte video installazioni, fotografie, sculture e pitture murali di una decina di autori di fama internazionale, che hanno voluto dedicare una parte non occasionale del loro lavoro al massiccio più alto d’Europa, montagna sacra o piccolo Tibet, come lo chiamano gli sciamani.
Qui draghi era l’indicazione che spesso le antiche mappe riportavano negli spazi vuoti riferiti alle Alpi. Spaventose eppure affascinanti, erano considerate luoghi popolati da creature mostruose e malvagie. Si dovrà aspettare la fine del XVIII secolo, nell’età dei lumi, perché avvenga il primo tentativo di ascensione al Monte Bianco e altri anni ancora per la conquista della sua vetta, piatta e ventosa, da parte di Balmat e Paccard nel 1786. Poi seguirono le signore, prima la valligiana Marie Paradis e nel 1838 la contessa francese Henriette d’Angeville che, ricordando l’emozione provata in vetta scriverà: «Per un attimo credetti di assistere allo spettacolo della creazione, di vedere qualcosa che sorge dal grembo del caos».
È proprio questa forza magnetica che al contempo attrae, respinge e custodisce segreti nel suo ventre di ghiaccio, ad avere sedotto il fotografo napoletano Francesco Jodice (1967), uomo di mare che al Massiccio di granito alto 4810 metri dedica un nuovo ciclo di lavori, esposti accanto alle vedute aeree della Catena del Bianco del modenese Olivo Barbieri (1954) e al suo libro d’artista ALPS Geographies and People. Ma è anche lo spettacolo di un grande cono di cristallo lucente – come appariva il Bianco a Walter Bonatti dopo una tempesta di neve in quota – a spingere verso la sua cresta il land artist londinese Hamish Fulton (1946). Gli fa eco una Wall Test site specific dell’artista concettuale inglese David Tremlett (1945), nomade moderno, sempre in viaggio alla ricerca di schegge di esistenza da condividere con le persone incontrate nel suo cammino intorno al mondo.

In mostra altre opere sottolineano l’aspetto più magico e visionario della montagna: una video istallazione di ghiacci e cristalli virtuali, come mondi molecolari osservati con le nano tecnologie dalla valdostana Giuliana Cuneaz (1959); una serie di foto al Monte Bianco scattate dalla biellese Laura Pugno (1975) – vincitrice del Premio Cairo 2013 – che indaga il tema della visione attraverso il tatto. Nei suoi Taccuini di viaggio le superfici “toccate” sono pagine in caratteri Braille, sulle quali incolla la foto. Utilizzando la carta-vetro ripercorre la foto e cancella unicamente i punti in cui emergono i rilievi del Braille, portando via parti dell’immagine, ma nello stesso tempo facendo emergere punti di luce: essi ricordano il fuoco (la luce) che, secondo la teoria arcaica della visione, esisteva dentro l’occhio e che, uscendo, consentiva di “vedere”.

«L’attrazione dell’altitudine non sarebbe così grande se non fosse anche attrazione per il mistero» scriveva Gaston Rebuffat nel 1962 e le montagne da “maledette” – quali erano per gli abitanti dei villaggi schiacciati ai loro piedi – sono diventate “un giardino delle fate”. Così il milanese Edoardo Romagnoli (1952) propone una fotografia del Monte Bianco (cm 70 x 70) spaccata in due da un fulmine accecante. L’immagine, di grande impatto visivo, si è guadagnata la nomination nel Black and White Spider Awards 2014. Mentre la romagnola Silvia Camporesi (1973) realizza un libro d’artista fatto da sue fotografie al Bianco; sono pagine di immagini sulle quali è intervenuta con la tecnica del kirigami (taglio e piegatura della carta, come nei libi pop up per bambini), collocate poi in cornici a 90 gradi e posizionate negli angoli delle pareti. Anche la valdostana Chicco Margaroli (1962) presenta il Libro Ciclico – Palindromo del Freddo: un’evocazione quasi tattile delle Alpi, ottenuta con smerigliature su vetro e aggregazione di limo glaciale di epoca neolitica del ghiacciaio della Brenva.

Infine, posto all’esterno della baita, l’Albero della gratitudine della varesina Manuela Carrano invita lo spettatore a interagire con l’opera, che in modo poetico mostra la natura come medicamento dello spirito, mentre lo scultore americano Richard Nonas (1936) ha realizzato sul posto un’installazione ambientale di sassi, di cui racconta in queste pagine.

L’interno delle due baite è stato interamente ridisegnato e in parte foderato con Lo Drap – lo stesso tessuto delle divise delle guide alpine – realizzato su antichi telai e offerto per l’allestimento della mostra dalla ditta valdostana Valgrisa. La tessitura del Drap era un mestiere da uomini, perché i telai, in legno d’acero, erano molto pesanti. Il tessuto di lana di pecora presentava in origine poche varietà di bianco, grigio, nero, oppure la tinta “tannel”, colore del mosto dopo la spremitura. Era l’abbigliamento dei primi, eroici, alpinisti che sfidavano le nevi eterne passando le notti in quota avvolti nelle coperte, ascoltando l’urlo del vento, la voce del loro spirito e la gioia di essere vivi.
Per gli uomini moderni, definiti e circoscritti da cifre, velocità e rumori, le montagne sono ancora un mondo a parte, un mondo al di sopra del mondo?

Guardando la mostra si direbbe proprio di sì: il Monte Bianco è sempre da conquistare. Oggi si rivela attraverso gli artisti del terzo millennio, rivelandoli a loro stessi.

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